La polizia penitenziaria è tornata in piazza con presidi in diverse città italiane, inclusa Cagliari, dove la protesta si è svolta davanti all’ex carcere di Buoncammino. La mobilitazione fa parte della campagna nazionale “Settembre in blu – Nel silenzio, una voce”, promossa per denunciare una situazione che gli operatori definiscono ormai insostenibile.
Al centro delle rivendicazioni vi sono problemi strutturali e cronici, come il sovraffollamento delle carceri, la grave carenza di organico, il mancato pagamento di straordinari e condizioni di lavoro considerate sempre più insostenibili. Secondo Roberto Melis, segretario nazionale del Consipe, la situazione nelle carceri sarde sarebbe al limite: “I penitenziari sono una polveriera pronta a esplodere”, ha dichiarato, sottolineando che attualmente i detenuti in Italia sono circa 63mila, a fronte di una capienza regolamentare di 50mila posti, mentre mancano oltre 18mila agenti.
Melis ha inoltre evidenziato l’inefficacia dei concorsi pubblici nel risolvere il problema del personale: molti dei nuovi agenti abbandonano il lavoro dopo pochi mesi, disillusi dalle difficoltà e dall’assenza di prospettive. A peggiorare la situazione, ha aggiunto, ci sono le aggressioni quotidiane nei confronti del personale e il fatto che la direzione del corpo non sia affidata agli stessi operatori penitenziari.
Anche Elettra Palmieri, capo dipartimento carcere e polizia penitenziaria per la Lega e volontaria attiva nel settore, ha lanciato un forte segnale di allarme: “Le carceri sono in una crisi profonda, manca personale qualificato e la scuola di formazione di Monastir è stata smantellata”. Palmieri ha invocato una riforma strutturale capace di restituire dignità e valore al ruolo della polizia penitenziaria, una delle categorie più esposte e meno tutelate all’interno del comparto sicurezza.
Il malcontento è diffuso anche a livello regionale. Gianluca Ghisaura, segretario sardo, ha denunciato una realtà fatta di diritti calpestati, turni massacranti e ricompense economiche inesistenti: “Non è accettabile che colleghi debbano tornare a casa passando per il pronto soccorso. I buoni pasto, le spettanze delle missioni e gli straordinari devono essere riconosciuti integralmente”. Ghisaura ha parlato di una gestione che rende invisibili le ore effettivamente lavorate: “Trenta ore di straordinari al mese diventano cinque o sei. Le restanti? Accantonate”, ha concluso.
Le richieste del corpo penitenziario puntano a interventi urgenti e concreti, che possano garantire condizioni lavorative più sicure, maggiore rispetto contrattuale e un potenziamento delle risorse a disposizione. Secondo i sindacati, senza un intervento immediato, il sistema carcerario rischia il collasso, compromettendo sia la sicurezza del personale sia quella degli stessi detenuti.