Nel suo nuovo lavoro, I padri si saltano (Arkadia Editore), Stefano Zangrando propone un romanzo che scardina le categorie narrative tradizionali e mette al centro due figure sospese tra passato, finzione e ricerca di sé. Al centro della storia si muovono un insegnante trentino e un ex dj cagliaritano, due uomini che, pur distanti per geografia e temperamento, si ritrovano legati da un incarico inatteso e da un ricordo lontano, mai davvero elaborato. La trama si sviluppa nel 2020, nel pieno del lockdown, condizione che contribuisce a isolare i protagonisti e a intensificare il senso di smarrimento identitario che percorre tutto il romanzo.
La scintilla narrativa nasce quando il professore, che insegna italiano in un liceo di Rovereto, riceve via social un messaggio inatteso. A scrivergli è un misterioso musicista, un tempo dj sulla scena berlinese, oggi ritiratosi a vivere su una barca ormeggiata nel porto di Cagliari. L’uomo gli propone di diventare il ghostwriter della propria autobiografia, un compito destabilizzante che apre una serie di interrogativi: chi è davvero il committente? E perché ha scelto proprio lui? Il presunto legame tra i due sembra poggiare unicamente su un fugace incontro avvenuto anni prima a Berlino, un dettaglio che rende l’incarico ancora più enigmatico.
Zangrando sfrutta questo innesto narrativo per riflettere sul potere delle storie e sul ruolo di chi le costruisce. Il professore, confinato tra lezioni a distanza e giornate sospese dal ritmo innaturale della pandemia, si trova improvvisamente immerso in un materiale biografico che, a ogni pagina, appare meno stabile e meno verificabile. La scrittura dell’autobiografia diventa così un confronto continuo con omissioni, falsi ricordi, trasformazioni calcolate o accidentali, fino a far emergere un quadro in cui l’identità non è mai un punto fermo, ma un prodotto in costante ridefinizione.