Il Consiglio comunale di Cagliari ha approvato un ordine del giorno che chiede di vietare il transito e la movimentazione di ordigni bellici e armamenti a scopo militare all’interno del porto cittadino. Il provvedimento è passato con il voto compatto della maggioranza di centrosinistra, mentre le forze di destra hanno espresso parere contrario, sancendo una netta divisione politica su un tema che intreccia sicurezza, trasparenza e scelte industriali.
Il documento, depositato nel mese di dicembre, è stato promosso dai gruppi di Sinistra futura e Alleanza Verdi Sinistra e sottoscritto dalle consigliere e dai consiglieri della maggioranza. Con l’approvazione dell’ordine del giorno, l’aula ha conferito un mandato formale al sindaco Massimo Zedda e alla giunta affinché vengano adottate tutte le misure amministrative e di sicurezza necessarie a interrompere e vietare le operazioni di movimentazione e transito di armamenti nel porto di Cagliari.
Nel testo si sollecita inoltre l’impegno congiunto di più livelli istituzionali. Autorità portuale, capitaneria di porto, prefettura e governo vengono chiamati a intervenire, ciascuno per le proprie competenze, per rendere effettivo il divieto e garantire un controllo stringente sulle attività che interessano lo scalo del capoluogo regionale.
Alla base dell’iniziativa c’è una preoccupazione legata alla sicurezza pubblica. «Dobbiamo garantire sicurezza e trasparenza a tutti i cittadini», ha spiegato Laura Stochino, consigliera di Sinistra futura, sottolineando la necessità di sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute derivanti dalla movimentazione, dal transito e dallo stoccaggio di materiali esplosivi e bellici in un’area strategica e densamente frequentata come il porto.
Da anni, infatti, lo scalo di Cagliari è interessato dal passaggio di carichi provenienti dagli impianti della Rwm di Domusnovas, azienda controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, uno dei principali colossi europei dell’industria degli armamenti. Nel Sulcis, la fabbrica produce bombe, droni e mine destinati all’esportazione verso diversi teatri di guerra aperti nel mondo. La presenza di questi flussi logistici ha alimentato nel tempo un acceso dibattito politico e sociale, con proteste e richieste di maggiore trasparenza sulle attività svolte.