Geografie dell’invisibile, a Cagliari la mostra di Daniela Spoto

La mostra Geografie dell’Invisibile esplora il legame profondo tra essere umano e natura attraverso l’arte di Daniela Spoto.

È stata inaugurata lo scorso giovedì 5 febbraio, negli spazi della Galleria Siotto di Cagliari, la mostra “Geografie dell’Invisibile” di Daniela Spoto, a cura di Roberta Vanali. L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al 22 febbraio, presenta trenta opere realizzate con tecniche miste su carta, offrendo uno sguardo articolato e suggestivo sulla ricerca dell’artista nuorese.

Il percorso espositivo conduce il visitatore all’interno di un universo fiabesco immerso in una natura primordiale e maestosa, popolata da creature mitiche, presenze selvagge e figure ibride. Le opere di Spoto non descrivono paesaggi riconoscibili, ma evocano territori interiori, sospesi tra realtà e immaginazione, dove il confine tra umano e naturale tende a dissolversi.

Come sottolinea la curatrice Roberta Vanali, “Geografie dell’Invisibile è un viaggio che inizia dove finisce il visibile”. La mostra intende mettere in luce l’ordine segreto della natura e del cosmo, soffermandosi sulla bellezza della fragilità e sugli strumenti che orientano memoria e inconscio. Non esiste un itinerario rigido o una scansione cronologica: ogni opera si configura come un’isola autonoma, un luogo simbolico che attende di essere attraversato dallo sguardo di chi osserva.

Il cuore della ricerca poetica di Daniela Spoto è individuato nel concetto di panismo, inteso come fusione profonda tra essere umano e natura. Le figure rappresentate sembrano nascere dal paesaggio o, al contrario, dissolversi in esso, in un dialogo continuo tra corpo e ambiente. Linee sinuose e forme fluide collegano elementi anatomici e strutture organiche, creando immagini in cui non esiste separazione netta tra ciò che è umano e ciò che è naturale.

Vanali evidenzia come questo linguaggio visivo richiami una tradizione artistica ampia e stratificata. Dai riferimenti classici dell’Apollo e Dafne di Bernini, simbolo della metamorfosi, si giunge alle rappresentazioni paniche e radicali di Jan Fabre, passando per la natura surreale e pietrificata di Max Ernst. Allo stesso tempo, la contaminazione tra grafica e texture organiche, unita a contorni eleganti e linee morbide, rimanda all’estetica dell’Art Nouveau e della Secessione Viennese.

Le opere in mostra si distinguono per una forte componente segnica e materica. La tecnica mista su carta diventa strumento di esplorazione, capace di restituire superfici vibranti e dettagli minuziosi, dove il segno grafico dialoga con la materia. Ne nasce un immaginario denso, che invita a una fruizione lenta e meditativa, lasciando spazio all’interpretazione personale.

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