Contratti di lavoro firmati e sciolti nel giro di poche settimane, finanziamenti mai rimborsati e canoni di locazione non versati. È questo lo schema finito al centro di alcune indagini coordinate dalla Procura, che hanno portato alla citazione a giudizio di tre persone – due cagliaritani e un cittadino di origini orientali – chiamate a comparire il 17 marzo davanti al Tribunale per la prima udienza.
Il meccanismo, secondo quanto emerso dalle denunce, si basava su contratti a tempo indeterminato sottoscritti con l’unico scopo di ottenere piccoli prestiti o concludere contratti di affitto, per poi interrompere quasi subito il rapporto di lavoro. In altri casi, invece, sarebbero stati utilizzati documenti del tutto falsi. Il risultato, per i proprietari di immobili o per le società finanziarie, era lo stesso: ritrovarsi con inquilini o beneficiari di credito privi di reali garanzie economiche e inadempienti rispetto ai pagamenti.
L’aumento delle querele è stato registrato soprattutto dopo la pandemia. Tuttavia, solo recentemente i primi fascicoli sono arrivati alla chiusura delle indagini con la richiesta di processo. In diverse situazioni, invece, i magistrati hanno dovuto chiedere l’archiviazione, non essendo stato possibile dimostrare che il contratto di lavoro fosse stato stipulato fin dall’origine con finalità fraudolente, ossia per ottenere un prestito destinato a non essere restituito.
Le denunce sono partite in larga parte da due società specializzate nell’erogazione di finanziamenti di modesta entità, generalmente inferiori ai 5mila euro. Attraverso l’incrocio dei dati relativi ai clienti morosi, le aziende avrebbero individuato un elemento ricorrente: alcuni beneficiari risultavano assunti e poi licenziati nel giro di poco tempo da un’impresa del settore della ristorazione il cui titolare è di nazionalità cinese.
Nel corso degli accertamenti, la polizia giudiziaria ha scoperto che uno degli stessi contratti di lavoro sarebbe stato utilizzato anche per ottenere la locazione di un immobile commerciale. Dopo il versamento della caparra, tuttavia, non sarebbero seguiti i pagamenti dei canoni mensili. Un modello definito “fotocopia”, replicato per conseguire vantaggi economici immediati senza adempiere agli obblighi contrattuali.
Gli istituti di credito e le finanziarie dispongono di strumenti di verifica dell’autenticità dei documenti presentati, come il controllo delle buste paga, l’accesso alle banche dati dei centri per l’impiego e dell’Inps o la verifica del reddito da lavoro. Se le cosiddette “false buste paga” risultano più facilmente individuabili, più complessa è invece la situazione in presenza di un contratto a tempo indeterminato formalmente registrato. In questi casi, dimostrare l’intento fraudolento originario diventa particolarmente difficile sotto il profilo probatorio.
Non si tratta del primo filone investigativo incentrato su presunte assunzioni fittizie. In passato la Procura, con il pubblico ministero Enrico Lussu, aveva portato a processo una ventina di persone nell’ambito di un’inchiesta su contratti di lavoro utilizzati per ottenere permessi di soggiorno e aggirare la normativa sull’immigrazione.
La nuova ondata di denunce, però, si è concentrata prevalentemente su piccoli finanziamenti e contratti di locazione con caparre di migliaia di euro, ambiti nei quali il danno economico, pur contenuto nei singoli casi, rischia di moltiplicarsi con la reiterazione dello schema.
Spetterà ora al Tribunale accertare eventuali responsabilità e chiarire se i contratti contestati siano stati stipulati con finalità illecite o se si tratti di rapporti lavorativi interrotti senza un disegno fraudolento preordinato.