La Regione Sardegna ha ufficializzato l’aggiunta di sabato 31 gennaio tra le giornate di caccia previste per la stagione venatoria 2025-2026. Il provvedimento, richiesto dal mondo venatorio sardo, autorizza l’attività venatoria per il cinghiale (Sus scrofa) e il colombaccio (Columba palumbus), ma ha sollevato un’ondata di critiche da parte delle associazioni ambientaliste.
Il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) e la Lega per l’Abolizione della Caccia – Sardegna contestano fortemente la decisione, mettendo in evidenza la persistente mancanza di attenzione verso la sicurezza pubblica. Secondo le due organizzazioni, il calendario venatorio non considera gli incidenti, spesso mortali, che ogni anno coinvolgono cacciatori e civili. La crescente frequenza di tali eventi, sottolineano, dovrebbe spingere verso una regolamentazione più rigida e non verso l’ampliamento delle giornate di caccia.
Oltre alla questione della sicurezza, viene messo in discussione anche l’approccio adottato dalla Regione nel tentativo di contenere la fauna selvatica. Secondo GrIG e Lega per l’Abolizione della Caccia, l’abbattimento indiscriminato dei cinghiali non ha portato a una riduzione della loro presenza, ma al contrario, ha favorito una proliferazione della specie. Una dinamica che, a loro avviso, smentisce l’efficacia dell’attuale strategia di gestione.
Il fenomeno dell’espansione del cinghiale è attribuito a diversi fattori, tra cui la caccia non selettiva, le immissioni artificiali a scopo venatorio, l’ibridazione con il maiale domestico e l’accumulo incontrollato di rifiuti nelle aree periurbane. Questi elementi creano un ambiente favorevole alla sopravvivenza e alla riproduzione della specie, rendendo inefficace la semplice estensione delle giornate di caccia come strumento di controllo.
In sintesi, la decisione regionale di prolungare il calendario venatorio non è stata accolta favorevolmente da tutti. Se da un lato risponde alle richieste dei cacciatori, dall’altro amplifica il dibattito su sicurezza, efficacia e sostenibilità delle politiche faunistiche. Per i critici, la risposta ai danni provocati dai cinghiali non può limitarsi a un maggior numero di fucili nei boschi, ma deve affrontare il problema nella sua complessità.